19 giu 2013
“Der Grisi Ring” seconda puntata: “Das Rheingold” – L’ingresso degli dei nel Walhalla
Il Walhalla che vi proponiamo non è un salottino borghese, non è un ospedale psichiatrico, non è una misera casetta lignea, o una proiezione in computer-grafica, o un grattacielo o un non luogo concettuale.
Il Walhalla di cui parleremo è proprio la sede degli dei, l’Olimpo nordico, con le sue sale mastodontiche, le sue porte infinite, le sue mille stanze da riempire con gli eroi, le colonne fatte di lance ed i tetti di scudi.
La reggia degli dei in tutta la sua magnificenza!
L’ingresso degli dei nel Walhalla principia con l’episodio di Donner, il quale, dopo un solenne recitativo, evoca il tuono di cui egli è signore affinché la soffocante coltre di nubi e nebbia che ha circondato la montagna davanti alla reggia possa turbinare lontano e lasciare sgombro il cielo.
Il roteare del temporale, tipico tema del romanticismo, lo spessore della tempesta, vengono descritti mirabilmente dalle vibrazioni degli archi accompagnati, durante il celeberrimo “Heda! Heda! Hedo!” dal montare maestoso dei corni e interrotti da quello schianto di martello che, oltre a liberare la vista, sarà seguita dalle percussioni.
A questo elettrizzante momento cede il posto la poesia del cantabile di Froh il quale plasma il ponte arcobaleno sia nel cielo sia nell’orchestra attraverso il cristallino Tema che gli è proprio intonato all’unisono da corni, clarinetto, fagotti, arpe e archi; Wotan celebra l’imponenza della Rocca, la battezza con il suo nome, eppure il suo canto, intervallato dal Tema del Walhalla, è come velato dal dubbio e timoroso dell’avvenire; Wagner lo suggerisce con l’evocazione, in orchestra, del Tema dell’anello, del Tema di Erda e con l’introduzione, ed è la prima volta, del capitale Tema della spada.
Fricka lo rassicura e assieme agli altri dei, Wotan si avvia a prendere possesso del palazzo sotto lo sguardo di Loge, che sul suo Tema, su quello dell’anello e su quello del Walhalla, profetizza sarcasticamente la loro fine. Genialmente Wagner attraverso l’arioso di Loge già insinua nell’ascoltatore i tre elementi che nel “Crepuscolo degli dei” condurranno i signori del cielo al loro annullamento.
Il cammino verso la reggia è interrotto dal lontanissimo canto accusatorio delle ondine accompagnate dall’arpa, che sul loro Tema, stavolta variato in questa nuova veste su toni più amari e rassegnati che Wotan e Loge cercano inutilmente di scacciare mentre in orchestra risuonano gli accordi del Trionfo del nibelungo.
Gli dei incuranti attraversano il ponte; la grandiosità epica si snoda in orchestra con i richiami alla Spada, all’Oro, al Walhalla, al Reno, all’Arcobaleno, l’accompagnamento diventa trionfale, sfolgorante, martellante grazie agli ottoni ed all’orchestra tutta: forse è tutta un’illusione, una bugia, come cantano le figlie del Reno, eppure è solo così che la storia del mondo può incominciare.
Partiamo dal primo degli dei: Wilhelm Furtwängler.
Il Maestro ci scaraventa nel suo mondo barbarico, l’orchestra non cerca il “bel suono”; cerca piuttosto il tono epicheggiante dei poemi eroici e la bellezza michelangiolesca dei suoi personaggi.
La vibrazione elettrizzante degli archi prima dello schianto, l’apparizione di un arcobaleno che è un ponte di marmorea levigatezza, l’angoscia di Wotan che diventa quella di un eroe di fronte a dubbi cosmici, il canto di Loge suonato con un inedito feroce intimismo, le ondine trasformate in norne solenni che mettono in guardia, la marcia finale che esplode scintillante, lenta e maestosa come una incoronazione, strabiliante proprio perché l’orchestra è lanciata a tutta forza senza trascurare alcun effetto: Furtwängler non gioca a chi è più cervellotico, non si fa problemi metafisici, scandalistici o borghesi: tratta la materia per ciò che è e ciò che vuole rappresentare, tratta i personaggi per ciò che sono, mostrando sotto la loro apparente divinità, la pasta meschina e fragile di cui sono imbevuti.
Il secondo degli dei è, ovviamente, Clemens Krauss.
Opposta a quella di Furtwängler, la sua direzione, ma non meno densa e poderosa.
La vera rivoluzione wagneriana parte da qui: Krauss opta per una direzione scorrevole, narrativa eppure tutta interiorizzata. I toni, nell’assolo di Wotan, si caricano di tutta l’angoscia di un dialogo con se stesso, preludio al grandioso monologo della prima giornata; è un dio pensieroso, già dubbioso della propria potenza (Hotter asseconda Krauss fraseggiando esattamente con l’orchestra, compenetrandosi con essa); il successivo monologo di Loge, ha l’eleganza di un diabolico balletto, ma da farsi a piccoli passi, sottovoce (come lo canta Witte), la minaccia c’è, ma nascosta dietro un sorriso; il canto delle ondine è cristallo purissimo, increspato dalla rassegnazione, quasi un addio, con quelle arpe che si colorano di toni diafani che vanno morendo, così l’innesto con la maestosa marcia ha una ferocia ben più marcata; la marcia infine, possiede lo stesso spirito di Furt, ma è più veloce ed il finale più netto, sbrigativo, come la discesa repentina di un sipario.
La terza divinità è Otto Klemperer.
Il Maestro sceglie di tenere gli archi in piano mentre gli ottoni possono sfoggiare un suono solenne durante l’episodio di Donner, così il colpo di martello si trasforma davvero in un tuono e l’arcobaleno erompe, per contrasto, più dolcemente assieme al Tema del Walhalla in un appropriato crescendo tra le vibrazioni degli archi, quelle delle arpe messe in primo piano e degli ottoni.
Più disteso, placido il cantabile di Wotan, nel quale viene a mancare l’eroismo, stavolta più orientato verso una espressività asciutta, mentre si carica di cupa, sinistra sospensione l’intervento di Loge.
Klemperer lascia che l’orchestra possa erompere in potenti fortissimi solo durante il tema ripetuto della Spada.
Manca l’episodio delle ondine, ma la marcia si presenta scabra, svuotata da tutti i connotati trionfalistici ed eroici, senza poesia, ma vuota e cruda, svelando come l’illusione racchiuda in se già qualcosa di tragico.
(The Rhine Gold), krauss 1
(The Rhine Gold), krauss 2
Marianne Brandt